EDITORIALE | Kevin Durant, un infortunio evitabile

Kevin Durant Golden State Warriors
Kevin Durant – Nil Alemany per BasketItaly

Sono passati ormai due giorni dal terribile infortunio sofferto da Kevin Durant nel corso di Gara 5 delle finali NBA tra Golden State Warriors e Toronto Raptors. I fatti sono noti. Il giocatore, non in perfette condizioni fisiche e fermo ai box da un mese per un infortunio muscolare al polpaccio, è tornato in campo in una sfida che avrebbe potuto significare la sconfitta definitiva per la sua squadra che, sotto 1-3 contro i Raptors, sembrava destinata a cedere lo scettro per la prima volta nella storia al franchise canadese.

Infortunatosi nel corso del Game 6 delle semifinali di Conference contro gli Houston Rockets, Kevin Durant era stato dichiarato indisponibile per le finali a Ovest contro i Portland Trail Blazers e i dubbi su un suo possibile rientro durante la serie di Finali hanno tenuto banco per le prime quattro partite giocate dagli Warriors contro Toronto. Nei giorni precedenti al fatidico Game 5 il rientro dell’ala di Golden State sembrava scartato. Poi, all’improvviso, nelle ore precedenti alla partita, veniva data notizia che il giocatore ci sarebbe stato, e infatti Steve Kerr l’ha inserito in quintetto.

Il cestista ha disputato metà del primo quarto, venendo poi sostituito da Linvingston. Dopo due minuti e mezzo di riposo, Durant è tornato in campo, rientrando anche in avvio del secondo parziale. 2 minuti e 14 secondi di gioco fino all’epilogo. La scivolata, il giocatore al suolo sconsolato, il polpaccio che cede visibilmente, Kevin Durant incapace di rialzarsi. Il dolore. Le lacrime. Che l’infortunio non fosse leggero si era intuito subito, nonostante non sia facile decifrare le espressioni del 10 volte All-Star.

Il ritiro negli spogliatoi, sorretto dai suoi compagni e con un preoccupato Stephen Curry in scia non faceva presagire nulla di buono, e infatti le lacrime del GM Bob Myers in conferenza stampa annunciavano la peggiore delle ipotesi: Kevin Durant si è rotto il tendine d’Achille. Un infortunio devastante per un atleta.

Il tendine d’Achille, infatti, è il più grosso del corpo umano, quello che ci permette di stare in piedi, di correre e saltare. I tempi di recupero standard parlano di 40 giorni di assoluta immobilizzazione dell’arto tramite tutore dopo l’intervento, e quindi fisioterapia mirata per circa sei mesi. Un procedimento lungo, che lascia sequele e anche delle incognite, perché il recupero potrebbe non essere al 100%, per poi non parlare del riprendere la condizione fisica, che un giocatore professionista NBA può metterci mesi a raggiungere.

Dopo l’infortunio alla stella di Golden State si sono scritti fiumi di inchiostro, parlando soprattutto della ripercussione che la sua definitiva assenza potrà avere sull’esito delle Finals e sull’imminente free-agency, nella quale Durant era considerato uno dei pezzi più pregiati. Ma Kevin Durant è innanzitutto un uomo. Un ragazzo di 30 anni che quest’estate non potrà andare in vacanza, per un mese e mezzo non potrà correre e saltare, non potrà camminare, non potrà andare in bagno senza l’aiuto di qualcuno: per più di un mese sarà un invalido. Poi il calvario del recupero, per lui e per quelli che gli stanno vicino. Il dolore, il sacrificio, le incertezze.

Certo, un top-player NBA guadagna un “sacco di soldi” e questi sono “i rischi del mestiere”, ma nel caso di quest’infortunio, che priva l’NBA del miglior giocatore in attività e potrebbe stroncarne la carriera, sembra proprio il caso di dire che si sarebbe potuto evitare.

Molti media hanno fatto sapere che “Kevin Durant voleva giocare”, ha forzato il rientro perché voleva aiutare la sua squadra”. Va bene. Ma Kevin Durant è un giocatore di pallacanestro, non è un medico. Se il dottore di turno dice chiaramente a giocatore e società che questi non può giocare perché non ha recuperato e non è in condizione di farlo, non gioca, non gioca e basta. Gli dispiacerà, scalpiterà in panchina, ma si atterrà ai dettami dell’equipe medica che lo segue.

Il problema è che troppo spesso in NBA sembra che viga la legge dell’approssimazione. Com’è possibile che il miglior giocatore del mondo subisca uno dei peggiori infortuni possibili per un giocatore di pallacanestro? E la rottura al tendine d’Achille non è provocata solo da un evento traumatico; in questo caso l’infortunio al polpaccio subito l’8 maggio contro Houston e non guarito (“neanche lontanamente” – hanno detto alcuni) ha portato a questa grave lesione. Un infortunio che si sarebbe potuto evitare, non trattando l’MVP delle due ultime NBA Finals come ‘carne da macello’, ma come uomo e professionista. Non infervorando l’opinione pubblica e alimentando voci sull’ipotetica ‘poca voglia’ del giocatore di fare un ultimo sforzo con la maglietta degli Warriors. Kevin Durant è stato vittima del sistema, di un sistema che troppo spesso mette lo spettacolo prima delle persone, senza pensare alle conseguenze.

L’infortunio di Kevin Durant ha fatto scalpore perché ha afflitto il migliore. Ma se ci fermiamo a pensare, evidentemente ci sono stati parecchi altri casi di giocatori NBA vittime di negligenze simili. “Il giocatore voleva giocare” non può essere una scusa: il giocatore gioca, il medico cura e fa una diagnosi e le società dovrebbero pensare forse un po’ di più al meglio dei propri uomini e non solo al business.

Dalla redazione di BasketItaly auguriamo una pronta guarigione a Kevin Durant, sperando che trovi la forza sia fisica che mentale di tornare quello di prima. Intanto, “The show must go on”…