Home Editoriali EDITORIALE – Breanna Stewart, la MVP delle WNBA Finals 2020
foto da WNBA.com EDITORIALE – Breanna Stewart, la MVP delle WNBA Finals 2020

EDITORIALE – Breanna Stewart, la MVP delle WNBA Finals 2020

0

Se dicessimo il nome di Breanna Stewart, cosa direste? Non vi dice proprio nulla?
Beh, se non conoscete Breanna, sappiate che è una delle più forti giocatrici della storia recente della pallacanestro che abbia mai militato in WNBA, la lega femminile statunitense, il corrispettivo maschile della NBA.

Stanotte ha conquistato con le sue Seattle Storm il suo secondo titolo WNBA battendo 3-0 nella serie finale le Las Vegas Aces, e naturalmente è stata eletta MVP delle Finals. “Stewie”, come viene chiamata affettuosamente dalle compagne di squadra, ha realizzato 28.3 punti a serata (37 punti realizzati in gara-1 con 15 rimbalzi e 4 stoppate), tenendo un incredibile 62.8% al tiro e 7.3 rimbalzi.

Per rendere l’idea di quanto l’ala 26enne delle Storm sia un fattore importante ovunque vada, basta scorrere l’elenco di ciò che ha vinto: 4 campionati NCAA, 4 volte MVP del torneo NCAA, 3 volte giocatrice di college dell’anno, 2 campionati WNBA, 2 MVP delle Finals, una volta MVP della Regular Season, una volta MVP della Coppa del Mondo, una volta MVP dell’Euroleague Women, 2 volte vittoriosa ai Mondiali con gli USA, una alle Olimpiadi.

Questo, per non elencare ancora altri riconoscimenti, all’età di 26 anni, per dire che un posto nella storia del basket femminile già ce l’ha, e tutto lascia supporre che si trasformerà in leggenda perchè tale diverrà.

Ma passiamo alla sua storia: Breanna Mackenzie Baldwin (no, non ci siamo sbagliati a nominarla così) nasce a Syracuse, capoluogo della contea di Onondaga nello stato di New York, il 27 agosto 1994. Nasce da una madre single, Heather Baldwin, mentre il suo padre biologico lasciò la famiglia prima della nascita di sua figlia. Sua madre cominciò a frequentare Brian Stewart, si sposarono e diversi anni dopo adottò Breanna che prese il cognome del patrigno. Ma andiamo verso la pallacanestro: Breanna se ne innamorò perdutamente in tenera età, e fin dalla quinta elementare ha deciso di migliorare il suo gioco. È sempre stata alta per la sua età e i suoi coach la volevano rimbalzista. Ma nonostante ciò, suo padre pensava che sarebbe stato d’aiuto se avesse avuto capacità di gestione e palleggio, oltre che buon tiro perimetrale. Breanna iniziò così una routine di dribbling intorno al suo isolato, indossando le cuffie completando abbastanza giri per coprire un miglio. Una routine fatta quasi ogni giorno, migliorando la sua gestione della palla al punto che regolarmente dribblava dietro la schiena o tra le gambe. Anche dopo essere andata al college, continuava a fare la routine in casa.

Ma mentre è diventata quella che adesso conosciamo, arrivò l’incubo di una bambina che nella pallacanestro ha trovato rifugio: perchè capitava spesso che Stewie dormisse dai parenti, nessun problema per i genitori che i nonni o gli zii la ospitavano, ma divenne un problema per lei, perchè uno di quei parenti che la accoglievano amorevolmente la molestò (altro termine non possiamo di certo usare) quando ebbe dai 9 agli 11 anni, rubandole l’innocenza di bambina normale. Così Stewie ebbe paura delle più piccole cose, dal buio allo stare sola, e che per colpa di questa situazione si sentì incompresa, totalmente. Era vittima ma da bambina non comprendeva, nulla. Fino a che a 11 anni rivelò una notte tutto alla madre sugli avvenimenti di due anni di sofferenze. Fu così che la polizia arrestò l’uomo che confessò tutto, e Breanna chiese al padre di accompagnarla all’allenamento: lui non poteva crederci credere, dopo tutto quello che era successo, ma l’unica cosa che Setwie voleva in quel momento era tornare in palestra, in quello che era stato il suo unico rifugio in quei due anni.

Se sappiamo tutto questo è perchè la stessa Stewie si è decisa a scriverlo l’accaduto su The Players’ Tribune che lo pubblicò il 30 Ottobre 2017 per aiutare tanti giovani nella stessa situazione. Anche La Giornata Tipo evidenziò con le parole del giornalista Mario Castelli la sua storia, di una ragazza speciale che nel basket ha trovato lo sfogo.

Ma andiamo avanti: Stewie frequenta la Cicero-North Syracuse High School (C-NS) a Cicero, stato di New York. Viene soprannominata Bean dai compagni di squadra a causa della sua apertura alare. Gioca per la squadra liceale quando ancora era in terza media, tenendo al primo anno 9 punti, 9 rimbalzi, quasi 7 stoppate di media, raddoppiando nel secondo anno da freshman a 17 punti, nell’anno da sophomore ne segna 22 di media. Si dichiara all’Università del Connecticut, e il giorno dopo l’annuncio fece la sua prima schiacciata in carriera contro Baldwinsville. Viene nominata Giocatrice dell’anno 2012 delle Naismith High School Girls, l’onore assegnato dall’Atlanta Tipoff Club alla migliore giocatrice di basket delle scuole superiori degli USA. Nel marzo 2012, in una presentazione a sorpresa di Tamika Catchings, Stewie riceve il premio Gatorade National Girls Basketball Player of the Year. Nei 4 anni di Università del Connecticut con le Uconn Huskies di coach Geno Auriemma vince 4 titoli NCAA dal 2013 al 2016 con 4 relativi titoli di MVP delle Final Four. E intanto, con le nazionali giovanili statunitensi, vince tutto il possibile dall’under 16 all’under 19.

WNBA

Sbarca in WNBA, 1a scelta assoluta del Draft 2016 dalle Seattle Storm, e viene premiata rookie dell’anno. 18.3 punti, 9.3 rimbalzi e 1.8 stoppate di media al suo primo anno nelle professioniste, mica male. Vince l’ESPY Award 2016 come miglior atleta femminile statunitense, battendo la collega Elena Delle Donne, la nuotatrice Katie Ledecky e la ginnasta Simone Biles. Dopo che nell’anno 2017 viene selezionata nell’All-Star game, nel 2018 arriva l’anno della vittoria del primo titolo WNBA, alla fine di un’annata dove vince l’MVP delle Finals, aggiungendolo a quello di MVP della stagione diventando la sesta giocatrice WNBA (dopo Cynthia Cooper, Lisa Leslie, Diana Taurasi, Lauren Jackson e Sylvia Fowles) a conquistare titolo di MVP, anello ed MVP delle Finals nello stesso anno, la più giovane di sempre a riuscirci a soli 24 anni.

Ma è costretta a saltare l’annata WNBA 2019 a causa di un tremendo infortunio nella Finale dell’Euroleague Women quando si rompe il tendine d’Achille il 14 aprile nello stesso anno con la maglia della Dinamo Kursk.

Torna negli States il giorno dopo e si sottopone a un intervento chirurgico a Los Angeles. Le Storm sospendono Stewie per liberare un posto nel roster dato che nella WNBA manca l’elenco delle giocatrici inattive. Ma nel luglio di quest’anno torna a giocare, fino al secondo titolo WNBA conquistato questa notte con il premio di MVP delle Finals.

Stewie adesso affronterà la stagione di Euroleague Women con la squadra russa dell’UMCC Ekaterinburg (gruppo C che comprende anche le italiane della Famila Schio) e proverà a continuare a vincere per realizzare tutti i suoi sogni, perchè dal suo incubo è uscita.

“Volevo vincere un anello, quella era la priorità. Qualunque altra cosa arriva, arriva”

E come ha dichiarato stanotte a ESPN il coach delle Seattle Storm, Gary Kloppenburg:

“È solo uno di quelle giocatrici generazionali che ogni tanto riescono ad affrontare le avversità e persino a diventare più forti a causa di ciò ed è quello che abbiamo visto di lei. Ha perso un anno intero ed è tornata come una giocatrice migliore in ogni categoria su entrambi i lati della palla. A testimonianza della sua etica del lavoro e del desiderio di essere una grande giocatrice”.