Doncic e il fantasma di Milicic

In quella serata newyorchese in cui Dallas decideva di consegnare la sua maglia numero 77 a Luka Doncic il mondo sembrava essersi diviso in due: Se da questo lato  a molti la terza chiamata al grande ballo sembrava anche non essere abbastanza, negli States molti si chiedevano se quel ragazzo di cui si parlava tanto (ma era visto ancora poco) da quelle parti valesse il rischio connaurato a una chiamata tanto alta.

La colpa della poca fiducia respirata in quella serata dal giovane sloveno non è ovviamente da imputare a Doncic stesso. Il talentuoso classe 99 sconta, come altri prima (e più) di lui, il peso dello scotto vissuto dalla platea USA quando vide sgretolarsi, davanti ai propri occhi, il bluff Darko Milicic.

Darko Milicic era la grande speranza del basket serbo e europeo. A sedici anni era alto 2 metri e 13 e aveva un bagaglio tecnico di tutto rispetto a accompagnare tale prestanza fisica. Quello che però affascinava di Milicic era il suo carattere: Come da stereotipo il nuovo fenomeno venuto dai Balcani trasmetteva una sicurezza sprezzante nei suoi mezzi e, a differenza di altri papabili per il Draft, sembrava già un uomo fatto e finito. Milicic sapeva giocare con le parole: Era stato lui stesso a dire: “Io gioco contro gli uomini” a un intervistatore statunitense, venuto nei Balcani proprio per conoscere uno che, anche a parole, non aveva paura di misurarsi con Lebron James. Fa sorridere oggi che Magic Johnson suona a casa James per cambiare i destini forse dell’intera lega ma allora, da un certo punto di vista, Milicic sembrava un investimento più sicuro del prescelto. La Nba aveva scoperto con Kwame Brown che i ragazzi capaci di fare faville durante l’high school poi non per forza si trasformavano poi in Michael Jordan (anche se lo trovavano letteralmente al loro fianco). Milicic poteva presentarsi con in curriculum minuti giocati in coppa Korac, contro centri di ventotto anni e tonnellaggio diverso da quelli con cui si scontrava il nuovo fenoeno da Akron. Era lui stesso a suggerire di fare questo ragionamento quando ci si sarebbe trovati in sede di Draft a dover scegliere tra i due.

Forse sulla percezione che abbiamo di Milicic influisce proprio quel maledetto Draft 2003 in cui entrò grazie a quei 18 anni raggiunti solo pochi mesi prima. Quel Draft in cui finì nella squadra sbagliata per una di quelle casualità di cui solo il mercato Nba è capace. Chissà se quella scelta fosse rimasta nelle mani dell’allora Gm dei Grizzlies Jerry West e non fosse passata tra le mani di Joe Dumars. Chissà se Milicic fosse stato scelto con una chiamata diversa dalla seconda. E’ piena di “chissà” la storia di questo centrone serbo che mantiene record invidiabili come essere stato il più giovane  a giocare una finale Nba e anche a vincere un titolo pur essendo ricordato come uno dei giocatori più impresentabili della storia della lega. In quei Detroit Pistons che ben rappresentavano lo spirito guerriero della franchigia e della stessa Motown Milicic sembrò prima un gioiello destinato presto a splendere salvo poi finire per prendere polvere. A Detroit in breve si resero conto che quello che doveva essere un diamante si era rivelato uno zircone e, cosa ancora peggiore, l’unico zircone in mezzo a un discreto numero di pietre preziose. Mentre Milicic cercava la sua dimensione in giro per la Nba, arrivando anche a mettere insieme stagioni da decente role player a Orlando o Minnesota, le altre chiamate a quel draft diventavano autentiche leggende del gioco. Sorge a volte il dubbio: Se Milicic si fosse ritrovato scelto in un draft con meno talento avrebbe avuto una parabola diversa? Probabilmente no. A differenza di altre scelte sfortunate non ha avuto alcun tipo di problema fisico serio che ne ha pregiudicato la carriera: Non si parla di Oden o Bowie le cui carriere vennero stroncate da un corpo troppo fragile. Non gli sono state negate neanche le opportunità visto che ha calcato per più di dieci anni i parquet Nba. Ha giocato in squadre da titolo (Detroit), da playoff (Orlando) ma anche da lottery (Minnesota) senza riuscire a capire mai, lui per primo, che giocatore potesse diventare. Milicic si è visto cambiare anche di ruolo a Memphis quando le basse aspettative nutrite dall’ambiente sembravano poterlo aiutare. Ha avuto anche fugaci apparizioni in contesti in grado di metterti pressione come Ny e Boston. Dovunque andasse l’encefalogramma restava piatto. Eppure scavando qualche prestazione da salvare c’era: Milicic per anni sembrava in grado di riusire a tirarsi su a un passo dal baratro ma, guadagnato il contratto, scompariva. 32 minuti da protagonista in una partita dei suoi Magic contro la malcapitata New York, una buona stagione a Minnesota, restano però flash, bagliori di quello che sarebbe potuto essere un  buon giocatore ma non un fenomeno.  L’unico capace di spingersi a definirlo “manna dal cielo” d’altronde fu quel David Kahn che gli propose un sontuoso contratto per restare con quei Twolves che avevano in organico Rubio e Fynn, due play scelti dopo aver scartato per ben due volte Stephen Wardell Curry.

La carriera di Milicic è una sequela di promesse non mantenute che lo ha portato a lasciare il basket a 28 anni. L’immagine di Milicic che meglio racchiude la sua epopea sportiva è quella di lui  a terra dopo il primo (e ultimo) pesante ko  della sua carriera da lottatore. Carriere brevi, aspettative troppo alte. Darko Milicic è stato come una storia d’amore che si rivelava più bella quando era solo un’ipotesi. Le ultime notizie che abbiamo del nostro ci dicono che il buon Darko si è trasformato in un coltivatore di mele e, a tempo perso, si diletta come ultra della Stella Rossa. Per tutta una serie di ragioni, non per forza legate al basket, possiamo scommettere su una fine diversa per Doncic.

Il benvenuto che ricevette da Milicic Chad Ford, giornalista di Espn cui venne concessa quella famosa intervista di inizio 2003, fu un a suo modo profetico; “Cosa ci fai qui? Non dovresti essere a guardare Lebron James?”. Col senno di poi avevi ragione tu Darko: Forse sarebbe stato più divertente fermarsi una volta di più a guardare Lebron.

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