Ryan Boatright: “Capo d’Orlando scoperta su Google. Lo sport per me non è un gioco, ma uno stile di vita”

Boatright, Capo d'Orlando

A Capo d’Orlando è scoppiata la Boatright-mania. Da quando il cecchino americano è sbarcato in Sicilia, la stagione dell’Orlandina è di colpo svoltata. Da candidata principale alla retrocessione, a mina vagante del campionato. In 4 partite, 3 vittorie e tutte marcate Boatright, decisivo nei finali di partita con canestri di puro talento. Questa l’intervista rilasciata a “La Gazzetta dello Sport”.

Come ha scoperto Capo d’Orlando? 

«L’Italia per me era uno stato dell’Europa. Su internet ho visto foto e filmati di questo splendido posto, mi è sembrato subito l’ideale. Ho chiamato mamma, le ho detto che sarei venuto a giocare qui».

Come hai cominciato a giocare a basket?

«Nella zona dove sono nato e cresciuto, o pratichi uno sport oppure finisci per strada. Mio cugino, Arin Williams, è stato assassinato con un colpo di pistola alla testa nel bagno di un ristorante, era un fratello per me. Il tatuaggio che ho sul collo è la sua faccia. Lo sport per noi non è un gioco, ma uno stile di vita”.

Parli da leader, ma ti senti effettivamente cucito addosso questo ruolo?

«In spogliatoio ci sono personalità forti e questo è un bene. Un leader è il capitano Nicevic, ma anche gli altri veterani prendono parola. L’esperienza internazionale come quella di Basile, in campo fa la differenza. Io devo continuare a giocare come ho sempre fatto, prendermi le mie responsabilità».

Come ti sei ambientato con l’ambiente e l’affetto dei tifosi?

«La gente è affettuosa, gentile. Un tipo d’amore che non conoscevo. Esco di casa e i bambini mi chiedono di giocare con loro. Mi fermo al bar e mi offrono un bicchiere di vino che io preferisco alla Coca Cola. Faccio una passeggiata sul lungomare e mi reclamano per un selfie. Sono a casa, uno di loro».

 

 

 

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