WONDERLAND – Il fantastico mondo degli Spurs: firmato coach Popovich

All’indomani della conquista dell’anello da parte dei San Antonio Spurs nelle Finals NBA, l’aria di festa che ha attraversato gran parte del mondo cestistico non si è ancora distesa e rasserenata, comportando fiumi d’inchiostro in ogni dove, nel tentativo di celebrare l’impresa che i texani hanno compiuto. Nessun articolo sarebbe in grado di spiegare per filo e per segno le ragioni di questo successo, o ancor meglio di una dinastia talmente leggendaria, ma ciò che è quantomeno dovuto ai lettori, è il tentativo di render chiari i protagonisti ed il loro ruolo chiave avuto all’interno del mondo Spurs.

 

– COACH GREGG POPOVICH:

Si scrive San Antonio Spurs, si legge San Popovich Spurs. Head coach dal 1996, Pop ha plasmato a sua immagine e somiglianza la franchigia, rendendola la “più internazionale d’America” grazie ad una condotta basata sull’etica del lavoro e dello spirito di sacrificio, aldilà dei vari e contorti pregiudizi made in USA. Quinto anello NBA alzato al cielo in 18 anni, quinta gemma di rara bellezza e importanza. Troppi sarebbero gli aneddoti sul suo conto, ma una frase su tutte racchiude la propria linea di pensiero: “If you don’t play D(defense), we dont’ play you” AMEN. Non esiste una via di mezzo, non esistono possibilità di nascondere o fingere: o bianco – o nero – il grigio non è contemplato; o sei dentro al sistema con tutto te stesso, o puoi benissimo accomodarti in panchina e tribuna finendo nel dimenticatoio. Prendere o lasciare, nel bene e nel male. Una filosofia di vita, prima che di basket. Un padre di famiglia, prima che capo allenatore. Mattone sopra mattone, coach Pop ha costruito un impero, partendo dalle fondamenta. Gli Spurs sono un modello per qualunque Squadra di pallacanestro presente sul pianeta terrestre, e la S maiuscola non è un errore di battitura. Altruismo, scelte di gioco, ricerca del tiro migliore e più consono per l’equilibrio del team, identificandosi nel proprio leader/s ma allo stesso tempo non adagiandosi sulla propria/loro forza. Semplicemente il numero uno al mondo, senza se e senza ma! 

– R.C. BUFORD (GM):

Probabilmente “l’uomo-ombra” più importante dell’intera lega americana di pallacanestro. E’ il General Manager dei texani dal 2002, vero braccio destro di coach Popovich. Il processo minuzioso e dettagliato di scounting in ogni dove nel pianeta terrestre, ha fatto la fortuna degli Spurs, andando alla ricerca di quei giocatori adatti al sistema di gioco praticato, nella maggior parte dei casi dal nome sconosciuto, senza grandi referenze e forza mediatica, ma in grado nel breve-medio-lungo periodo di fare la differenza all’interno delle gerarchie del team. L’importanza di Buford nella dinastia Spurs è direttamente proporzionale ai risultati conquistati sul parquet di gioco. 

– I “BIG THREE”:

Duncan-Parker-Ginobili, Ginobili-Parker-Duncan: cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia. Trascorrono gli anni, la carta d’identità si sgualcisce, ma la capacità di rigenerarsi stagione dopo stagione, superando delusioni, ostacoli, tranelli e insidie, fa di loro tre, un’icona e un mito da scalfire nei secoli per i secoli. Esemplare condotta da atleti prima di tutto, poichè se non si è campioni nella testa, non lo si sarà mai sul campo di gioco. Tim Duncan ha centrato il quinto anello della propria stellare carriera, Tony Parker e Manu Ginobili sono arrivati poco dopo e ne hanno infilati quattro nella propria mano. Dalla cocente amarezza della finale persa al fotofinish nella passata stagione, alla rivincita perfetta al termine di un’annata spettacolare. Come nei film americani. Ma questa non è una finzione, bensì il racconto in poche righe di una mentalità vincente. Esempi per i propri compagni, modelli da imitare e consultare per migliorare le proprie lacune. Tutti assieme, tutti uniti per raggiungere un unico obiettivo.

– DA “BIG THREE” A “BIG FOUR”: KAWHI LEONARD:

Una menzione a parte, merita colui che è risultato l’MVP delle Finals a soli 22 anni, il terzo più giovane nella storia dell’NBA. Il ragazzone dalle braccia lunghe ed estendibili come nel cartone animato de “L’ispettore Gadget”, nel 2011 era stato scelto come 15°esima scelta al draft da Indiana, che a loro volta lo girarono a San Antonio nell’ambito dell’operazione che portò Hill ai Pacers. Popovich appena lo vide si sfregò le mani, accogliendolo sotto la propria cupola e crescendolo a base di energia e aggressività su ambo i lati del campo. I miglioramenti di Leonard sono sotto gli occhi di tutti. Semplicemente straripante, trasuda voglia di vincere da ogni angolo del proprio corpo. E pensare che i margini di crescita sono ancora visibili…

– SUPPORTING CAST:

Nella serie finale contro i Miami Heat, l’importanza di avere una panchina solida e affidabile è salita prepotentemente alla ribalta, per la differenza di rendimento avuto tra i due roster. Ogni componente del team Spurs ha portato il proprio importante contributo, risultando fondamentale nell’economia di squadra. Il brasiliano dalle mani educate e dalla splendida visione di gioco Thiago Splitter, l’aborigeno che ha conquistato il mondo a suon di triple Patty Mills, la guardia, che se in serata giusta, può spaccare in due il match Danny Green, il nostro azzurro Marco Belinelli dal prezioso tiro da 3 e non solamente quello, il buon saggio dalla mente cresciuta a forma di palla a spicchi Boris Diaw, e tutti gli altri componenti del roster dei texani. 

Il titolo di campioni NBA è stato ampiamente meritato, e la storia non poteva che finire a lieto fine, viste le premesse sopraindicate. Ogni attore protagonista è risultato decisivo ai fini del risultato finale, e senza il proprio apporto probabilmente non ci sarebbe stata la festa a suon di bottiglie di Champagne. La forza dei San Antonio Spurs proviene dalla propria struttura, partendo dal piano più alto per arrivare a quello più basso. Una lezione di sport, di vita, di carattere e di basket. 


Stefano Rossi Rinaldi – Riproduzione Riservata- BasketItaly.it

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