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NBA Focus: Dallas-Lakers, manifesto cestistico contro ogni sensazionalismo

Due icone NBA a confronto (credits foto: Qz.com)

Parliamoci chiaro. Chi di noi dopo aver visto una partita del gioco più elettrizzante al mondo non ha è mai corso a rapide conclusioni seguendo come un rabdomante ogni singolo elemento indiziario considerato utile a trovare la sorgente. Il tentativo di decifrare il futuro come se si trattasse di prevedere le minacce nascoste in un codice numerico continuo stile Matrix. Tutti cadiamo nella confortevole arte della pre-veggenza. Anche chi vi scrive ha peccato in passato di presunzione e spera di non commettere lo stesso errore mentre digita lettera dopo lettera questa premessa fondamentale.

Tanti sono ovviamente i temi che emergono dalle cronache inviate questa settimana dai palazzetti della costa Ovest NBA. In questa sede proveremo a soffermarci su quello che troppo spesso emerge ma che troppo facilmente viene comprensibilmente messo in ombra da prestazioni individuali al top della forma o dalla solidità di un team tradottasi in punteggi a referto di leggendaria memoria. Il destino di Dallas e quello dei Lakers, affrontatisi sotto i caldi riflettori dello Staples Center, ha fatto emergere la necessità di ogni spettatore o cronista di sedersi lungo al campo e godersi minuto per minuto. I texani stavano volando sulle ali dell’entusiasmo grazie alle magie offerte dalla fioritura del talento di Luka Doncic. Come poteva essere altrimenti con una media di trenta punti a partita e la doppia cifra sfiorata costantemente anche alle voci “rimbalzi” e “assist”. Eppure anche i Mavericks hanno dovuto bere dall’amaro calice della sconfitta nell’affrontare la corazzata di Doc Rivers. Un evento possibile alla vigilia che ha portato molti a ridimensionare le capacità del giovane Doncic di attivare i tanti talenti che compongono il roster della franchigia. Una sconfitta che ha portato all’analisi minuziosa degli errori nell’approccio della guardia slovena al match d’alta classe contro una superfavorita per la vittoria finale. La ricerca di un ridimensionamento di un giocatore, dimostratosi mortale come tutti quanti dopo aver illuso per le sue divine doti sul parquet. Anche la corte giallo-viola di re Lebron ha approciato la nuova settimana con euforiche emozioni. Un periodo sensazionale. Una striscia vincente costruita contro il pronostico di quasi tutti gli esperti e appassionati. Da quasi dieci anni non si viveva una periodo di successo come questo. A rendere ancor più incredibile il tutto secondo alcuni esperti è l’inserimento nelle rotazioni dei Lakers di elementi giudicati inadeguati alla rincorsa dell’anello di king James. Danny Green? Non è più lo stesso del successo in terra canadese o delle tante stagioni nel gregge della vecchia volpe Popovich. Rajon Rondo? Ormai un asset più utile allo scambio di stagione in stagione per riempire spazi vuoti sulla panchina che un elemento decisivo. Kyle Kuzma? Tanto clamore per nulla. Meglio usarlo anch’esso come pedina in transazioni per arrivare a giocatori più prolifici. Eppur nonostante la partecipazione di questi inadatti professionisti ecco la magica serie di vittorie per il trentasettene sovrano di Akron.

Con queste prospettive e con l’immagine di fair play e stima tra i due uomini simbolo (James e Doncic) ancora nitida nei ricordi del primo degli scontri diretti in stagione siamo giunti allo showdown di domenica. A differenza del mese scorso questa volta sono stati i ragazzi di Cuban ad avere la meglio interrompendo la winning streak dei Lakers. La doppia-doppia di Davis, i 25 di LeBron non sono stati sufficienti a proseguire il trend di imbattibilità. Sarebbe quindi giusto sottolineare la dipendenza di Los Angeles dalle sue due All-Star evidenziando nuovamente l’inconsistenza degli altri co-protagonisti? Sarebbe certamente più semplice del prendere atto di un fattore che da sempre domina uno sport frenetico come la pallacanestro. Un elemento che molto spesso sentiamo richiamare dai tecnici nostrani per tenere a freno i facili entusiasmi da vittoria. Ogni partita segue un copione diverso. Ogni minuto va giocato come se quel minuto fosse il più importante. Le motivazioni di una vittoria o di una sconfitta non sono sempre correlate a carenze strutturali di un singolo professionista o di un sistema di gioco. Non si tratta di casualità ma di scendere in campo conoscendo il proprio ruolo e dare il 100% per raggiungere come squadra la vittoria ogni sera e il successo coronato a fine stagione. Potrà però sempre capitare di fallire. Stanchezza, condizione atletica insufficiente, scarsa comunicazione con i compagni, sistema di gioco e difesa carente rispetto a quello avversario: scegliete quello che secondo voi può aver condizionato maggiormente tanto Doncic e i Mavericks nella sfida contro i Clippers quanto LeBron e compagni proprio contro i texani domenica.  Ogni carenza potrà incidere tanto sul risultato finale quanto sul destino stagionale di un roster. Dovremo però sempre considerare la natura di uno sport fatto di momenti ai quali bisogna farsi trovare pronti. Puntare il dito contro il più recente ostacolo sul percorso o applaudire alla più fresca rivelazione abbia contraddetto i nostri pronostici rimarrà sempre fine a se stesso e intrinsecamente legato al suadente sensazionalismo. Scrisse il Manzoni ne Il cinque Maggio: «ai posteri l’ardua sentenza!» per collocare in un futuro scevro dal forte valore che le azioni di un personaggio storico come Napoleone lasciava ai suoi contemporanei. Contro ogni sensazionalismo godiamoci e cerchiamo sempre di capire dove si dirigono i destini dei club per i quali tifiamo o semplicemente seguiamo per amore del nostro sport. Evitiamo proprio per l’amore che proviamo verso la pallacanestro di cadere nelle considerazioni sommarie. Comunque si evolverà il destino di Doncic, LeBron, dei Lakers, dei Mavericks, del ritrovato Carmelo Anthony, dei campioni del mondo di Toronto e di tutte le altre storie che impreziosiscono le serate sui parquet d’America, saremo di fronte a uno spettacolo mozza fiato.