Home NBA Michael Jordan in lacrime: “Quando è morto Kobe, è morta una parte di me. Era un fratello minore”

Michael Jordan in lacrime: “Quando è morto Kobe, è morta una parte di me. Era un fratello minore”

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Michael Jordan è intervenuto, nel corso del Memorial allo Staples Center di Los Angeles, per ricordare la memoria di Kobe Bryant.
Tante, tante lacrime di commozione per MJ, e anche qualche sorriso, nel suo discorso.

“Per quello che ha raggiunto come giocatore, come businessman, come storyteller e come padre, nel gioco del basket e come genitore, vi posso dire che Kobe ha dato tutto. Così come Kobe ha dato tutto sul parquet. Forse potrà sorprendere un po’ tutti dicendo che io e Kobe eravamo grandi amici. Davvero grandi amici. Kobe era un grande amico, ma anche il mio piccolo fratellino. Tutti volevano fare paragoni tra me e lui, ma io volevo solo parlare di Kobe. Molti di noi hanno fratelli, sorelle, che spesso rubano le nostre cose, i nostri vestiti, tutto. È una seccatura, ma il fastidio si trasforma poi in amore. È diventa ammirazione, proprio come i fratellini hanno per i loro fratelli maggiori. Voleva sapere ogni piccolo dettaglio sugli allenamenti, su come mi allenassi io. Mi chiamava spesso, mi messaggiava spesso alle 23.30, 1.30, alle 2:30, alle 3 di mattina. Mi parlava del gioco in post-up, lavoro di piedi e qualche volta, del triangolo. E all’inizio era un po’ fastidioso. Poi si è trasformato in una sorta di passione. Questo ragazzo aveva una passione che gli altri non conoscevano. È sempre la passione a guidare le persone. Se non hai una forte passione per qualcosa, non puoi andare all’estremo per ottenere quello che vuoi, per raggiungere i tuoi obiettivi. Kobe era per me qualcuno a cui ispirarsi. Voleva spingere sé stesso all’estremo, per diventare il migliore giocatore possibile. E mi spingeva ad essere il miglior fratello maggiore che potevo essere. Per fare questo ho dovuto sopportare le chiamate a tarda notte o alcune sue domande stupide. Parlavamo di tutto, parlavamo di business e di famiglia. (piange). Ora mi tocca sopportare altri meme con la mia faccia mentre piango per i prossimi 3-4 anni (lo Staples ride). Avevo promesso di non piangere per non vedere altri meme in giro. E invece…

Due mesi fa mi aveva mandato un messaggio e diceva: ‘Sto provando ad insegnare a mia figlia qualche mossa e non so cosa farle vedere. Cosa ne pensi? Cosa le posso far vedere?’. Gli risposi: ‘Quanti anni ha tua figlia?’. Lui rispose: ’12’. E io replicai: ‘Io a 12 anni cercavo di giocare a baseball’. E siamo crepati dal ridere. E questa era una delle discussioni delle 2 di mattina. Potevamo parlare di tutto. Eravamo amici. Non è facile crescere da avversari e poter avere delle belle conversazioni come facevamo noi due. Una volta ero andato ad incontrare Phil Jackson ai tempi dei Lakers, era il 1999 o il 2000, non ricordo bene… e mi sedetti nel posto di Kobe. Lui mi venne incontro e mi disse: ‘Hai portato le tue scarpe?’. Io risposi: ‘No, non pensavo di dover giocare…’.

Ma la sua attitudine di voler competere sempre, parlare in un certo modo, è stato tutto questo che lo spinto ad essere quello che era per questo gioco. Adoravo la passione Kobe. Ci ha insegnato che dobbiamo passare più tempo con la nostra famiglia e le persone alle quali vogliamo bene. A Vanessa, Natalia, Bianca, Capri… pregherò sempre per voi. Quando Kobe è morto, è morta una parte di me. E se adesso guardo tutti voi, penso che sia morto un pezzo di tutti noi. Vi prometto che d’ora in poi vivrò col ricordo e la consapevolezza che avevo uno straordinario fratello minore che ho provato ad aiutare come potevo. Per favore riposa in pace fratellino”

https://youtu.be/X_ZhIfRRhs4