Home Editoriali You say you want a revolution. Come provare a ricordare che Garnett ha cambiato il gioco

You say you want a revolution. Come provare a ricordare che Garnett ha cambiato il gioco

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Un giovane Garnett si gioca la sua incolumità per mettere una palla a canestro. Notare la faccia attonita del compagno in basso. Anche chi scrive aveva la stessa espressione

Quando ero molto piccolo volevo una canotta Nba (e altre cose più improbabili che mia madre a ragione evitò di comprarmi). Dopo un tentativo con una canotta di Magic, acquistata fuori tempo massimo per essere attuale e in anticipo per essere vintage, ci recammo in quello che era ed è tuttora l’unico negozio che vendesse l’agogniata canottiera. La scelta era quella che era: Iverson o Garnett. Nonostante il “Bigliettone” fosse passato in quella stessa estate da Minnesota a Boston quella in vendita era ancora la vecchia ventuno. Ignaro del trasferimento io mi decisi per l’acquisto della maglia di KG, affascinato dalla presenza della silhouette dei pini mimetizzata sui lati di una maglia per giocare a basket. A pensarci bene quel particolare la rendeva molto adatta al periodo natalizio ma probabilmente vivere in un paesino di montagna aveva influenzato la mia scelta.
Ero un ragazzo confuso che aveva due cannottiere: una del simbolo dei Lakers e uno che si apprestava a diventare il simbolo dei rivali storici dei gialloviola.
Questo escursus autobiografico, oltre ad avermi dato l’occasione di dare a un articolo quell’impronta da romanzo di formazione oggi così di moda, dovrebbe aiutarvi a capire il tourbillon di sentimenti che ha suscitato in me il ritiro di questo omone da 2 metri e undici spalmati su 115 chili.
Quando Garnett entra in Nba saltare il college è una pratica che è andata in soffitta da vent’anni (gli ultimi nel 1975), i rookie devono ancora tassativamente stare buoni per un pò in panchina a imparare e Michael Jordan è ancora lontano dal suo picco. In quella Nba i centri fanno i centri, i play la passano e il tiro da tre è l’estrema ratio e non l’arma principale di ogni squadra che voglia apparire “a la page”. Quell’anno gioca con Spud Webb (passato alla storia come “quello basso che schiacciava” perchè con gli anni si incasellano nella memoria i giocatori legandoli a un movimento, a volte solo li si lega ad un’ azione). L’ultima stagione la gioca con Towns e Wiggins, che col buon Spud si portano 32 anni. Se tutto quello che c’è stato in mezzo tra Webb e Towns è interessante, tutto quello che c’è stato prima della storia non è da meno.

Quando è diventato il primo a saltare il college i vertici NBA pensarono ad un’anomalia che non si sarebbe ripetuta e probabilmente se a fare il salto non fossero stati in quegli anni giocatori come lui o Kobe sarebbe stato così e avremmo ancora un basket universitario senza obbligatori “one and done”. Garnett, come Kobe, ha però avuto una costanza e una intensità incredibile. Per “intensità” non ci limitiamo i rimbrotti ai compagni in campo o le flessioni improvvisate finito a terra. A dirla tutta certi episodi servono solo nel migliore dei casi ad esemplificare ma sono la punta di un iceberg dalle dimensioni considerevoli. Iverson, entrato di recente nella Hall of Fame, faceva differenza tra allenamento (practice?) e partita vivendoli come due mondi diversi. Garnett questo non lo ha mai fatto. Sam Mitchell, suo compagno nella prima esperienza ai T‘wolves, raccontava che Garnett si impegnava e voleva arrivare davanti a rutti anche nelle corsette di riscaldamento. Laettner, uno che ha giocato con gente discreta, nel suo anno da rookie rimase scioccato dal cuore di quel filiforme rookie dal Michigan: “Il ragazzo era veramente un duro, Il più grosso della squadra avrebbe potuto buttarlo giù ma Kevin sarebbe rimasto lì per lottare, andare a rimbalzo e difendere”. Come pochi altri Garnett è stato uno studente del gioco: chiedeva a chiunque e, come a memoria solo i grandissimi come Lebron sanno fare, era capace di ricordare anche “scouting report di sei anni prima”, come confermano le parole del compianto Flip Sunders, il primo a dargli fiducia appena arrivato sulla panchina dei Wolves. Mitchell una volta racconta che con Doug West si dissero una volta: “un giorno diremo ai nostri figli di aver giocato con Garnett”.

Ma che cosa aveva di tanto sorprendente quel filiforme e ancora relativamente scolarizzabile dal punto di vista cestistico? Semplicemente a parere di tutti era “irrubricabile”. Garnett era un giocatore moderno spedito a far capire dove sarebbe andato il basket dopo gli anni ’90. Con lui e Duncan andava definitivamente in pensione l’idea del sette piedi condannato a giocare solo in post dopo essere stato a lungo istruito su come usare il suo corpaccione. Garnett non solo allargava il raggio d’azione di un lungo anche lontano dal post ma in breve riuscì a giocare anche in post senza necessitare di anni per sgrezzare i suoi movimenti sotto canestro. Nella prima stagione, complici i limiti fisici arrivò a giocare persino da tre. Garnett poteva marcare un lungo “classico” alla Shaq ma un centro vecchio stampo non poteva neanche arrivare a pensare di allargare il suo range di gioco anche solo per difendere su Garnett. Come si chiedeva l’anno scorso Jonathan Tijarks su “The Ringer” che cosa sarebbe stato Garnett nei suoi anni migliori a Minnesota, con tanto di Mvp vinto, con un giocatore degno al suo fianco nel front court? Avesse avuto la versione migliore di Lamar Odom di cui ha potuto beneficiare Gasol nelle ultime puntate del duello tra Celtics e Lakers Garnett avrebbe potuto essere un giocatore ancora diverso: magari meno devastante di per sè ma ancora più funzionale alla squadra.  Nei primi anni a Minnesota Garnett ha diviso l’area con promesse più o meno non mantenute, tipo il succitato Leattner ( passato dai derby Duke-Carolina con MJ a giocatore di rotazione) o Cherokee Parks, uno col nome di una tribù indiana e il cognome di una donna che si è battuta per i diritti dei neri, insomma uno che già solo per il nome meritava il nostro tifo incondizionato. A volte gli è andata anche peggio dovendo dividere spazio con gente che lo spazio in area letteralmente “se lo mangiava” come il rude Nesterovic o i bust Ervin Tragic Johnson (quando una “a” muta fa tutta la differenza del mondo) e Olowokandi, una delle scelte sbagliate dei Clippers da Clippers. Garnett avrebbe potuto essere quello che è oggi Draymond Green, pure lui dal Mitchigan pensa te, ma anni prima. Avrebbe potuto essere ancora di più “the Revolution” ma a basket si gioca in cinque e ricoradrlo non fa male quando finiamo per giudicare i giocatori solo per l’argenteria alle dita. Anche negli anni felici in verde Garnett ha dovuto giocare con Kendrick Perkins, uno che non esprime un briciolo di felcità e brio neanche al suo matrimonio figurarsi in un campo da basket. Ha avuto Sheed nel 2010 ma fuori tempo massimo. Ai Nets, in quella parentesi che tutti abbiamo avuto il buon senso di dimenticare, quando Lopez si ruppe (come succede un pò ogni anno) Garnett salvò per quanto possibile il disastro giocando da “5” atipico in un quintetto piccolo perfetto per aprire il campo e solo Lebron e la migliore versione degli Heat fermarono una improbabile corsa costata più del dovuto.

A Minnesota c’era stato il periodo felice con Marbury, i due erano ancora una volta avanti sui tempi: Marbury era più scorer di quanto non fosse uno Stockton e Garnett non era un lungo alla Karl Malone.  Poi arrivò il contrattone. Minnesota arrivò a mettere sul piatto 126 milioni in sei anni per tenere Garnett. L’altro, il ragazzo di Coney Island, non la prese benissimo all’idea che a lui sarebbero toccati nel best case scenerio “solo” 71 e una meravigliosa utopia morì prima che ci avessimo creduto davvero. Quel contratto comunque cambiò la Lega, come sempre per le cose legate alla persona di Garnett, diventando uno dei motivi scatenanti del primo rumorosissimo lock-out della storia.

Garnett a colloquio con un arbitro. Siamo troppo eleganti per trascrivere quanto si dicano anche qualora ne avessimo la possibilità.
Garnett a colloquio con un arbitro. Siamo troppo eleganti per trascrivere quanto si dicano anche qualora ne avessimo la possibilità.

La storia del trash talking continuato anche dovrebbe iniziare a venire ridimensionato. Ben ricordando anche i momenti in cui questo, deplorevolmente, uscì dalle righe è il caso di smitizzarlo perchè, come dice Mitchell: “il grosso delle volte Garnett parlava di sè stesso. Era in campo e diceva cose tipo- Kevin là, Kevin qua, non parlava davvero con chi aveva di fronte”. Garnett ha avuto una doppia personalità. A sentire chi gli era attorno Garnett era una sorta di Cristoph Waltz della pallacanestro: cattivo, cattivissimo in scena ma diametralmente diverso una volta che poteva buttare giù la maschera.

Al dodicesimo anno Nba Garnett deve lasciare la sua Minnie. Sembra sulla strada per la Los Angeles gialloviola del mito Magic (quello dell’altra canotta all’inizio) ma poi Boston sostanzialmente dà mezza squadra (e avrebbero dato anche l’intero freedom trail che attraversa la città) per vestirlo di verde. Ne vengono fuori stagioni straordinarie nate a qualche chilometro da qui in un caffè romano, quando i big three Pierce, Garnett e Allen (che poi avrà un rapporto contrastato con gli altri due nei capitoli conclusivi delle rispettive storie) decisero di mettere la squadra davanti a tutto. Il titolo vinto fu una straordinaria cavalcata. L’ultima partita, quella gara 6 in cui urla al microfono del giornalista, rendendo probabilmente sordo per un orecchio: “Anything is possible!” rientra nel novero di quelle partite cui pensava Don De Lillo quando nel 1999 scriveva nel suo capolavoro Underworld:

E’una lunga trafila.  Un uomo porta il figlio alla partita ed è di questo che parlano trent’anni dopo, quando il vecchio babbeo sta tirando le cuoia.

Non sono mai tornato a chiedere di cambiarmi la canottiera, forse per paura di vedermi rispondere: “perchè non la scambi con una racchetta da tennis?”, Oggi magari la rimetto. La nostalgia dei primi anni 90 è diventata trendy.

Photo by: Keith Allison

 

 

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