Milano, quando per Proli intorno a Pianigiani c’era troppa “aria rancida”

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E’ Simone Pianigiani, l’allenatore 6 volte Campione d’Italia con la Montepaschi Siena ed ex commissario tecnico della Nazionale, l’uomo scelto da Milano per sostituire Jasmin Repesa e far ripartire l’Olimpia dopo i disastri in serie di quest’ultimo anno. Una nomina tecnicamente ineccepibile, non c’è allenatore più grintoso, lavoratore maniacale e costruttore di squadre, idee e mentalità come Simone (quindi perfetto per Milano), uno venuto dalla gavetta e fattosi con le sue mani;  Pianigiani ha trionfato anche in Israele (non era facile) e ha fame di rivalsa in Italia, dove sulla panchina azzurra non ha saputo ripetere i fasti senesi. Quel che ora fa sorridere semmai, è, ricordando il recente passato, ciò che Milano e la sua dirigenza pensava del lavoro e di Pianigiani quando questi era un acerrimo avversario in qualità di capocoach di Siena. La frase di Livio Proli, poi ripresa da Scariolo, è ormai entrata nella storia, parliamo di quell’aria rancida del 2012 che secondo i vertici Olimpia aleggiava intorno al sistema basket, agli arbitri e al campo da gioco, e che sistematicamente penalizzava Milano e la portava alla sconfitta (anche se il 4-1 nella finale playoff di quell’anno lascia spazio a poche interpretazioni). Un’espressione entrata nel mito, ovviamente mai piaciuta in Toscana, ma nemmeno dalla Procura Federale, che deferì i due per dichiarazioni offensive. Viene quindi ora da chiedersi spontaneamente se le parole di Proli fossero state all’epoca pura provocazione, rabbia, o mosse da dati oggettivi (qualcuno obietterà: Siena è andata sotto processo, sì, ma a causa di guai fiscali, non ci sono riscontri di alterazioni di match o altro), e se a Milano credevano davvero che Pianigiani vincesse solo perché aiutato dal sistema. La coerenza dell’atto di aver firmato oggi il coach senese indicherebbe quindi di no, la sua bravura ed esperienza fanno fisiologicamente parte del curriculum necessario per poter ambire a questo delicato ruolo: niente di male, parliamo di professionisti dediti al loro lavoro, ma anche di dinamiche tipiche dello sport e del mercato, dalla memoria molto corta. Ma i tifosi, quelli no, non dimenticano.

 

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