Ecco l’esercito dei “Cotonou”: istruzioni per l’uso

Consiglio Federale dello scorso giugno: si decide di mettere a disposizione dei club di serie A la possibilità di optare tra due costituzioni diverse del roster. Fermo restando i 5 italiani da portare a referto, da un lato 5 stranieri (senza distinzione tra extracomunitari e comunitari), dall’altro 3 extracomunitari più 4 comunitari.

Tale delibera fa discutere club, tifosi ed operatori di mercato: si cerca di valutare quale sia la strategia più conveniente da un punto di vista economico, quale quella più redditizia da un punto di vista sportivo. Contestualmente il Consiglio prende un’altra decisione che rivoluzionerà il mercato dell’estate 2012 ma che, in quel momento, passa sotto silenzio. Si decide infatti di equiparare ai comunitari tutti gli atleti provenienti dai Paesi dell’area Cotonou.

Ma facciamo un passo indietro. 23 giugno 2000: a Cotonou, capitale del Benin, viene firmato una convenzione ventennale tra i paesi ACP ed Unione Europea. La convenzione regolerà gli aiuti allo sviluppo, il commercio e gli investimenti ma soprattutto (ed ecco ciò che ci interessa più da vicino) istituisce aree di libero scambio tra l’UE e i paesi ACP. Ecco perché qualsiasi giocatore proveniente dai paesi ACP potrà essere equiparato, al fine dei tesseramenti federali, ad un comunitario.

Appunto, paesi ACP. Puntualizziamo: ACP è un acronimo di Africa, Caraibi, Pacifico ed è un associazione di paesi in via di sviluppo. Ne fanno parte 48 stati dell’Africa subsahariana, 16 dei Caraibi, e 15 del Pacifico.

Molti di questi paesi hanno una tradizione cestistica pari allo zero ma tanti altri possono essere un vero e proprio serbatoio dal quale gli operatori di mercato possono attingere (Nigeria, Congo o Repubblica Dominicana, per citarne alcuni). Fatta la legge, trovato l’inganno: scatta la corsa al passaporto, all’americano di origini africane e soprattutto si alzano le quotazioni di giocatori che fino ieri, essendo equiparati ad extracomunitari, avevano ben poche pretese. Solo nella nostra serie A, Biella tessera Mavunga (statunitense ma con passaporto dello Zimbabwe) e Russel Robinson (anch’esso statunitense ma con passaporto della Guinea Equatoriale), Avellino ha firmato Ebi (Nigeriano), Ere (nigeriano) si è accasato a Varese. Alla Virtus Roma addirittura di nigeriani gliene vengono proposti tre: Dagunduro, Ibekwe e Alade Aminu.

Se fino a qualche anno fa i procuratori di giocatori per lo più americani si facevano in quattro per riuscire a strappare un passaporto comunitario grazie soprattutto a paesi dell’UE che avevano una legislazione poco ferrea in tal senso, ora invece ci si affretta a trovare improbabili antenati africani o caraibici. Ecco che quindi l’americano CJ Wallace, visto in Italia a Capo d’Orlando e oggi al Barcellona (occorre ricordare che in Spagna l’accordo Cotonou è in vigore già dalla passata stagione) viene naturalizzato congolese e stessa sorte potrebbe toccare anche al neo avellinese Hardy.

Insomma, un vero e proprio mercato dei passaporti, una vera e propria rivoluzione. Ma ha ancora un senso distinguere tra extracomunitari e non?

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