EA7 Milano, Richard Hendrix si racconta

Sergio Scariolo continua il suo lavoro di preparazione della sua EA7 Milano in quella che dovrà essere la stagione della definitiva consacrazione a livello nazionale e, perché no, anche tra le big d’Europa. Si è puntato su giocatori giovani e con fame di vittorie ma, allo stesso tempo, anche su gente esperta e che è abitutata ad un certo tipo di pressioni. Uno tra questi è sicuramente il pivot statunitense Richard Hendrix, grande protagonista nelle due scorse stagioni con la maglia del Maccabi, che racconta le sue prime impressioni di questa nuova avventura milanese al quotidiano TuttoSport. Ecco l’intervista integrale: «Ho trovato una realtà di prima classe, degna del nome Armani. Abbiamo talento, profondità d’organico, sento la gioia di tutti i giocatori nell’essere parte di questa squadra»

Cosa conosceva dell’Italia prima di arrivarci? «Pochissimo. Un paio di gare da avversario in Eurolega, e poi qualche giorno con Marco Belinelli al training camp de: Golden State Warriors, ne, 2008. Andammo a giocare un paio di amichevoli in Cina contro Oklahoma City feci 15 punti e 13 rimbalzi in 20′ mg non bastò per conquistare un contratto. La Nba resta un sogno, ma sono felice qui in Europa».

Il primo impatto con il nostro paese?
«E’ difficile spiegarlo, ma qui in tutto c’è qualcosa di romantico, di magico, l’Italia mi incuriosisce .

Come arriva a Milano un ragazzo dell’Alabama che sembra nato per il football americano, lo sport di stato? «Da ragazzino avevo talento soprattutto per il baseball, ancora oggi sono un grande appassionato della Major League, tifo per gli Atlanta Braves. Avrei potuto giocare a football, con la mia mobilità e la mia forza fisica forse sarei diventato un buon tight end, al liceo giocavo con Philip Rivers, Ali Star della Nfl. Ogni tanto mi chiedo dove sarei arrivato nel baseball o nel football, ma alla fine il basket è sempre stato dentro di me, i miei primi ricordi sono con la palla arancione in mano, mio padre Venard è stato il mio allenatore fino al liceo. Magari non pensavo di diventare professionista in Europa, ma sono contento: Milano è un gran bel posto in cui giocare, e questi anni in mezzo a culture differenti sono stati la miglior esperienza culturale possibile».

Ci descriva il suo percorso tra Granada e Tel Aviv. «A Granada ho imparato cosa significhi essere un professionista: primo, per la cura del proprio corpo e dell’alimentazione, poi per la necessità di far funzionare le cose parlando una lingua diversa rispetto a tanti compagni di squadra. In quella squadra c’erano finlandesi, islandesi, australiani, argentini, sembravamo le Nazioni Unite, eppure capimmo di essere sulla stessa barca, e ottenemmo il record di vittorie del club. Al Maccabi mi sono
divertito: un anno in finale di Eurolega, l’altro con 74 vittorie in 86 partite stagionali, vincendo pure la Lega Adriatica. C’è mancata soltanto la seconda Final Four di Eurolega».

E le battaglie sotto canestro in allenamento con i 160 kg di Sofoklis Schortsianitis? «Io non mi tiro mai indietro, sfido chiunque si faccia avanti, però con lui era davvero difficile. E’ stata una bella sfida, che ha fatto migliorare entrambi ».

Cosa le hanno chiesto a Milano? «Sanno cosa posso portare: gioco interno, rimbalzi, durezza, difesa, impegno, tante piccole cose non indicate tra le statistiche, so cosa fare per rendere migliori i miei compagni, mi sono sempre ispirato a Tim Duncan, un vincente vero. Qui i tifosi mi hanno parlato della rivalità con Cantù, so di cosa parlano: al college vissi la profonda appartenenza ad una squadra, per giocare con Alabama rifiutai una squadra del livello di North Carolina, e i nostri match contro Auburn erano davvero sentiti».

A proposito di talento per varie attività: nel video musicale su una Rolls-Royce con Keith Langford è parso a suo agio, e nella sua cover di Lionel Richie spicca la voce da cantante soul. «Alcuni amici di una tv israeliana mi videro suonare il pianoforte nell’hotel di Barcellona durante le Final Four 2011, e ci proposero di registrare una  canzone e un video. Avevo dubbi, ma Langford mi trascinò in studio, e ci siamo divertiti come pazzi, magari un giorno registreremo un disco. Keith avrebbe creatività e personalità per diventare un musicista. Io non so cosa farò dopo la carriera nel basket, magari sfrutterò la mia laurea in pubbliche relazioni e sono sicuro che qualunque cosa farò, avrò successo, ma dubito di fare strada con la musica…».