Ettore Messina su Gallinari: Gesto inaccettabile. E’ un uomo di 30 anni, difficile spiegargli lealtà e responsabilità

ettore messina italia nazionale 2017-08-01

Ettore Messina ha rilasciato una lunga intervista a Repubblica.it parlando sul gesto di Danilo Gallinari contro l’olandese Kok con conseguente infortunio che lo ha estromesso dagli Europei. Questa l’intervista completa.

“Un gesto che non mi spiego. Inaccettabile. Un esempio di giustizia fai da te che mi repelle nella società, figurarsi nello sport”.

Vi siete spiegati, dopo?
“Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”.

Uno shock che influirà sulla preparazione, sull’umore del gruppo?
“Influirà di sicuro perché mancherà il suo talento. Però lo sport è pieno di situazioni che si ribaltano grazie a concetti vecchi come umiltà, coesione, voglia di superare i propri limiti”.

Senza Gallinari. Rispetto all’anno scorso anche senza Bargnani e Gentile, tre del quintetto base. La prova senza appello di una generazione che non avrà altre chance. Ettore Messina, questa situazione particolare genera ansia?
“No. Perché vincere non è tutto. Basta guardare la nazionale femminile. Non ha preso la medaglia, però ha fatto innamorare i tifosi per come ci ha provato. Ci sono tanti modi di vincere. L’anno scorso, nella partita decisiva con la Croazia siamo stati tremebondi e insicuri. Questo mi ha fatto stare male. Vogliamo lasciare un ricordo diverso. Per gli altri, ma anche per noi stessi”.

Lei non è come Boniperti per il quale “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”?
“Lo sono stato. Sono cresciuto così, con quell’ossessione. La sconfitta era la fine di tutto, mi portavo dentro la tempesta a casa, in bagno, al cinema, per strada. Sentivo quelli che sostenevano che è più importante il viaggio. E non capivo, finché lo dicono gli altri e non diventa una tua intima convinzione, ti sembrano solo parole. Da qualche anno qualcosa è cambiato, forse sarà stato per la nascita di mio figlio. Adesso è come se avessi fatto una conquista, ho imparato a godermi il percorso”.

Nel maturare questa svolta c’entra qualcosa l’esperienza americana?
“Piuttosto l’esperienza accanto a Gregg Popovich, il capo allenatore degli Spurs. Attorno a sé ha creato un’organizzazione che ha una tensione sincera di rispetto per le persone, per il lavoro svolto. Non c’è l’incubo del risultato, non ho mai visto nessuno perdere con lo spirito di lui e degli Spurs”.

Perdere col sorriso?
“Non esageriamo. Perdere mettendo le cose in prospettiva. Ci sono problemi più seri di una partita di pallacanestro. Io sono stato molto colpito, ad esempio, quando, due anni fa, ha portato perché passasse una giornata con noi John Carlos (il velocista che assieme a Tommy Smith mostrò il pugno chiuso guantato di nero sul podio olimpico dei 200 metri a Città del Messico 1968, n.d.r.). Un uomo che è stato messo alla gogna per un gesto e a quel gesto ha sacrificato l’esistenza. Oltre la vittoria e la sconfitta, c’è la vita”.

Abbandonato Boniperti, lei ora sembra più vicino alla filosofia della frase di Nelson Mandela: “Non perdo mai, o vinco o imparo”.
“L’ha citata il presidente federale Gianni Petrucci. Aggiungendo però che si è stancato di imparare… “.

C’è una vulgata per la quale vince chi ci crede di più.
“No. Ciascuno di noi è diverso. C’è chi è capace di vincere con leggerezza. Quando conquistammo per la prima volta l’Eurolega a Bologna nel 1998, mentre preparavo il match con la lavagnetta, sentii Sasha Danilovic, uno che aveva la paranoia della vittoria, chiedere: “Avete i sigari?”. Non ci feci caso. A fine partita spuntarono i sigari, gli spray per farsi i capelli biondi. Era contro ogni regola. Pensavano a festeggiare ancora prima di avere vinto perché dentro di loro avevano questa certezza. Se me ne fossi reso conto magari avrei “sclerato” e creato del casino inutile”.

L’epica del sacrificio per il successo ha maggiore fortuna letteraria della leggerezza.
“Ho letto in questi giorni di Federica Pellegrini. Di come si sia lasciata alle spalle la debacle di Rio e si sia rimessa alla prova solo per un’esigenza quasi trascendente, da Dalai Lama. Lavori, lavori, lavori e scavi dentro te stesso. Negli sport di squadra funziona diversamente, sono troppe le alchimie e le variabili che entrano in gioco”.

Per questo voi coach siete chiamati ai corsi per manager ad insegnare come si gestiscono i gruppi.
“Ecco una parola che non mi piace. “Gestire” ha il sapore della manipolazione, come se mettessimo le mani per impastare qualcosa. Noi semmai insegniamo un metodo. Si fa anche un’analogia tra una squadra e un’orchestra. Niente di più falso. L’orchestra suona su uno spartito scritto da qualcuno 300 anni fa. Una squadra, semmai, è un gruppo jazz, una jam session, gli artisti suonano a turno e sanno quando devono lasciare lo spazio agli altri. Una squadra persegue un obiettivo difficile perché deve combinare altruismo ed egoismo”.

Fa differenza vincere con la nazionale o col club?
“Enorme, anche per la carriera. Noi italiani siamo bravi a unirci dietro i successi di una nazionale sportiva. Quando, in generale, siamo più propensi a subire il fascino dell’uomo forte e unico. Saremmo messi meglio se, così come per lo sport, ci esaltassimo per una squadra di governo forte”.

La sua nazionale è considerata quella con più talento di sempre.
“…”.

Sorvoliamo. Un altro luogo comune vuole che si vinca con cestisti abituati a vincere. E lei ne ha pochini.
“Dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado”.

Cosa si sente di promettere ai tifosi italiani in vista dell’Europeo?
“Voglio usare un termine anche se so che non è molto popolare: saremo una squadra seria”.