Kyrie Irving a San Antonio non è una cattiva idea

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Quando, alcuni giorni dopo i tragici fatti di Charlottesville, ho sentito Lebron James prendere posizione (non per la prima volta) contro Donald Trump, tacciato di aver “reso l’odio popolare” ho capito per quale motivo Kyrie Irving vuole lasciare Cleveland.

Non se ne va per una questione strettamente tecnica. Il prodotto da Duke sa benissimo che sul campo è più del partner in crime di Lebron. Sa benissimo, cifre alla mano, che il grado del suo coinvolgimento nella metà campo offensiva cresce ogni giorno di più sul parquet. A testimonianza di quanto scritto si pensi al fatto che Irving, nella stagione conclusasi a giugno, ha messo insieme il massimo in carriera alla voce punti e lo ha fatto anche perchè gli è stata data la possibilità di tirare tanto, anche più di Lebron. E’la prima volta in carriera che il Re lascia a qualcun’altro la possibilità di cercare il canestro più di lui. Già l’anno scorso James aveva lasciato al compagno l’onore (e l’onere) di fare letteralmente quello che voleva in quel leggendario ultimo minuuto di gara 7. Irving sa che, col tempo, diventerebbe il leader tecnico della squadra ma a Irving questa supremazia limitata al campo interessa solo parzialmente.
Quando Lebron ha preso posizione contro Trump e gli orrori di Charlottesville è apparso chiaro a tutti, in primis a Kyrie, che Lebron è ancora la voce, la coscenza, della lega. Uno status del genere sopravvive a qualunque tipo di erosione possa subire il fisico e comporta il fatto che Lebon sarà sempre il Re Sole della sua squadra. Standogli a fianco Irving potrà diventare il miglior realizzatore della squadra, il leader tecnico ma la leadership emotiva resta al figlio di Akron.
Preso atto di questo già da un pò Kyrie Irving ha passato l’estate a cercare il suo posto nel mondo. Poteva, come versosimilmente gli era stato prospettato dalla dirigenza Cavs, diventare lo spirito guida di franchigie in ricostruzione (Bulls) o in rampa di lancio (Minnesota) ma Irving è un giocatore competitivo e non vuole incappare neanche per sbaglio in un anno interlocutorio.
In ragione di questo si è imposta prepotentemente la suggestione Spurs. San Antonio ha uno dei cinque top della Lega ma l’unico tra questi cinque che aborra qualunque tipo di accadimento non sia connesso direttamente all’unica attività per cui pare programmato: vincere partite. Il concetto è ben riassunto da questa frase pescata su The Ringer: “Playing with our guy [Kawhi n.d.r] is about as close to playing with LeBron James as you can get without playing with LeBron James” ed è esattamente lo zenith cui mira la ricerca di Irving.
Inserire Irving porterebbe interessanti risvolti in termini di immagine ai neroargento. A onor del vero non è affatto sicuro che questo interessi Pop e compagnia ma non si può ignorare che l’acquisto di un giocatore franchigia, per una squadra che storicamente i giocatori li costruisce più che “prenderli già fatti” porterebbe una evoluzione ulteriore della posizione che SA ricopre all’interno della Lega.
In Texas già hanno provato a vedere che effetto facesse “scippare” un giocatore fatto e finito agli altri con Lamarcus Aldridge. I risultati sono stati non esattamente entusiasmanti ma acquisire Irving porta con sè meno rischi di quelli che erano connaturati al passaggio dell’ala ex Portland alla corte di Popovich.

Irving
Quello che tutti tendiamo a dimenticare spesso è che Irving è di fatto un giocatore su cui ancora si può lavorare. Aldridge arrivò da Portland alla soglia dei trenta anni: si trattava di un giocatore che aveva ormai pregi e limiti ben definiti da inserire in un sistema che esaltasse i primi e minimizzasse i secondi. Irving ad oggi non è un giocatore che ben si adatta ai dettami classici predicati dal vate Popovich, sicuramente meno di Aldridge quando approdò agli Spurs. Si tratta tuttavia di un giocatore di 25 anni che forse ancora non è nel suo prime e che può apportare, proprio perchè è diverso dal profilo del classico Spur, qualità che oggi a San Antonio mancano. E’un giocatore meno associativo di quanto siamo abituati a vedere da quelle parti ma proprio tale sfrontatezza potrebbe dare quel quid che a San Antonio manca nei momenti caldi o a gioco rotto. Per dire Aldridge, quest’anno si è visto palesemente, ha delle chiare difficoltà tecniche e caratteriali che gli impediscono di recitare questo ruolo.
Gli sposi sono pronti a dirsi sì e si conoscono abbastanza per sapere quali sono i difetti su cui dovranno lavorare perchè l’unione funzioni. Irving e gli Spurs hanno solo bisogno che i Cavs sanciscano il matrimonio con un comunicato che suoni tantoformale quanto una formula di rito. Per farlo in Ohio chiederanno qualcosa in cambo. Sono ben consci del fatto che non basteranno solo Rose(s) per sostituire il loro numero 2 e vogliono che la cessione lasci in dote anche quelle “Guns” necessarie ad avere una elevata  potenza di fuoco.