Dominique Archie, quando le rivelazioni provengono dai campionati che non ti aspetti. Il ds Sindoni: “Aveva il profilo perfetto del giocatore che cercavamo.”

Avere il privilegio di avere un amico, prima che un direttore sportivo, che vive nel tuo paese e che può concederti un’intervista in piena notte, tra una passeggiata e l’altra, è sicuramente uno dei tanti fattori positivi di Capo d’Orlando, paese di appena 13.000 anime (che in inverno diventano decisamente di meno…).

Solo l’Iphone ed il registratore vocale per rendere questa discussione, lunga ma piacevole, un pò più formale del solito.

 

D: Dominique Archie è stato uno dei primi acquisti dell’Orlandina di quest’anno, cosa ricordi del giorno in cui l’hai scelto?

R: “Quanto sei sentimentale… Penso che giocavamo a biliardo da Dino. Archie comunque è stato il secondo acquisto, il primo è stato Laquintana. Noi lo volevamo sin da subito, a Giugno, perchè lo seguivamo già da Novembre dell’anno prima. Il suo vecchio agente sosteneva che il suo giocatore non era più disponibile, per cui l’avevamo un po’ messo da parte come idea. Poi un giorno mi ha chiamato il suo nuovo agente, sloveno, offrendomi questo giocatore ma senza sapere del nostro precedente interessamento. Io ho fatto finta di niente, ho detto “parliamone”, ma ero molto scettico. Poi ho parlato col giocatore veramente, mi ha detto che era disponibile e l’abbiamo firmato in due giorni. La trattativa è durata pochissimo, perchè è un giocatore che veniva da due anni in Romania, un campionato di livello più basso, quindi ci siamo accordati subito. Io l’avevo già fatto vedere a Gianmarco, quella notte lì lui era a Varese ricordo, gli ho girato le partite su Skype, lui è riuscito a vederlo e mi ha detto che se ero convinto potevo firmarlo.”

 

D: Come hai buttato gli occhi su di lui? Tramite le statistiche?

R: “Seguivo il campionato rumeno, Archie non aveva delle statistiche esaltanti per cui non è che balzava agli occhi, mi è capitato di vedere una partita di Timisoara ed ho subito pensato che fosse un giocatore che, anche se non aveva delle statistiche eccezionali, poteva essere nascosto per tutta la vita se nessuno l’avesse visto. Perché non era il playmaker che faceva 20 punti di media, che può partire pure dall’Islanda e finisce a giocare magari in Eurolega, è un giocatore così bravo, così di squadra e che fa sempre la giocata giusta ma che fondamentalmente non saltava agli occhi.

Lui giocava da 3 ma anche da 4, perchè il campionato rumeno è un campionato molto fisico, i giocatori sono più grossi rispetto alla Legadue. Per cui, sapendo che il numero degli stranieri sarebbe sceso da 3 a 2, sicuramente pensavamo di non poter prescindere da un esterno, da un 1 o un 2, un creativo, come poi è stato Mays, però allo stesso tempo volevamo provare a “fondere” quella che era l’idea dell’anno prima, ovvero prendere un realizzatore polivalente tipo Young e comunque un giocatore di energia sui lunghi tipo George, e praticamente abbiamo cercato da sempre uno che potesse fare sia il 3 che il 4 e che ci potesse dare concretezza ma anche qualcosa in attacco. Lui aveva appunto il profilo perfetto.”

 

D: Non avete mai pensato, per esempio, a prendere un giocatore con più esperienza in Italia, tipo Hicks o comunque uno come lui?

R: “Per tanti motivi, sia tecnici che caratteriali, volevamo prendere sicuramente una scommessa.”

 

D: Uno come Alex Young?

R: “Anche meno. Young era comunque un rookie molto quotato. Non è stato un giocatore che abbiamo cercato per mesi, aveva un buon profilo e delle credenziali ottime. Invece abbiamo pensato di prendere un giocatore che venisse da un campionato minore, perché volevamo uno bravo ma soprattutto allenabile. Non è che possiamo lamentarci dei giocatori dell’anno prima, però, finita la stagione passata, io e Gianmarco abbiamo avuto la stessa sensazione: l’anno prossimo dobbiamo fare una squadra che sia completamente allenabile, e generalmente i giocatori che vengono dalle leghe piccole possono vedere l’Italia come uno step importante, quindi possono avere il doppio della partecipazione. L’idea iniziale era quindi di prendere un “giocatore scommessa” ed uno che avesse giocato in Italia o comunque in Europa in un campionato di primo livello. Questa scelta è poi stata smentita 10 giorni dopo quando Gianmarco è rimasto folgorato da Derek Wright.”

 

D: E’ stato un caso quindi che anche Wright (il playmaker tagliato per problemi fisici nel precampionato, ndr) sia stato preso dal campionato rumeno?

R: “Sì, è stato proprio un caso. Wright, a differenza di Archie, non l’avevo seguito durante l’anno.”

 

D: Volendo fare il paragone con Alex Young ed Anthony Mason (i due americani lo scorso anno a Capo d’Orlando), tecnicamente che differenze ci sono con Archie?

R: “Young credo sia un esterno puro, realizzatore, un giocatore fortissimo, talento indiscutibile, ancora forse poca predisposizione al gioco di squadra. Mason, talento da Nba, ma poco indirizzato verso la pallacanestro, per dirlo in maniera elegante… Mentre Archie secondo me è un perfetto secondo violino, un giocatore che non ha bisogno di essere cercato insistentemente in attacco per darti qualcosa di importante: alla fine ha 17 punti di media senza avere praticamente tanti possessi. Poi è un ragazzo intelligente, che in difesa ci dà tante soluzioni. Penso che sia il più completo dei tre, questo non vuol dire che sia il più forte, perché se Young diventa un giocatore Nba non mi stupisco, mentre Archie probabilmente per l’alto livello europeo può andare bene, perché fisicamente può fare il 4 anche in Serie A e continuare ad essere atipico per com’è, senza andare sotto con nessuno fisicamente.”

 

D: Archie ha un contratto biennale. Ha ricevuto offerte?

R: “Offerte no, ma ci sono stati diversi interessamenti da parte di squadre italiane di Serie A. Non è un giocatore che sta passando inosservato. A fine anno per noi sarà difficile tenerlo in Legadue, è molto difficile.”

 

D: Se dovesse uscire dal contratto?

R: “Non ha alcun tipo di opzione per uscire. Diciamo che noi facciamo prima di tutto i nostri interessi, però se un giocatore diventa ambito da squadre ben più importanti, non gli negheremmo l’opportunità di andare a confrontarsi in un campionato più alto.”

 

D: Fuori dal campo che tipo di giocatore è? Sembra diverso da tutti gli altri americani…

R: “Forse uno degli americani più tranquilli che abbiamo mai avuto. C’ho parlato qualche giorno fa, mi diceva che si trova benissimo a Capo perché lui fa una vita tranquilla: esce dall’allenamento, prende da mangiare e va a casa. Gioca alla playstation, sta con la sua compagna che tra poco partorirà. E’ anche educato, gentile, una persona gradevole. Secondo me anche per questo adeguata a stare in Europa, ha la mentalità perfetta.”

 

D: Vacirca tempo fa ha scritto un pezzo sui giocatori americani che vengono a Capo d’Orlando e fanno sempre bene. Questa può ritenersi un’ulteriore conferma…

R: “Io sono d’accordo. Nel senso che secondo me qua sono messi nelle condizioni di giocare bene senza avere assilli. Quando giocano bene, da pubblico a staff, chiunque, anche le persone che di solito neanche si valutano per giudicare un ambiente, sono propositive, contente. Però quando giochi male, sono tutti lì a starti accanto, a sperare che le cose cambino, non a pretendere che le cose cambino, quindi secondo me alla fine questo un pò incide.

In passato secondo me ha inciso anche il fatto di aver avuto allenatori che hanno sempre giocato un basket sovra-ritmo, e questo forse un po’ drogava le statistiche dei giocatori di Capo d’Orlando. Con Sacchetti soprattutto, comunque 17 punti di media in Serie A (che sicuramente sono un dato importante), secondo me forse valevano un filino meno. Anche l’anno della Legadue è stato simile, l’anno di Perdichizzi, avevamo delle squadre molto corte quindi le statistiche, vuoi o non vuoi, gli americani le mettevano su.

Per carità, abbiamo avuto sempre bravi direttori sportivi come Diego e Gianmaria che hanno portato bravi americani, però secondo me l’ambiente è stato fondamentale. Quest’anno, a differenza di quegli anni là, abbiamo una squadra che è abbastanza lunga, giochiamo ad un ritmo abbastanza basso, con un numero di possessi che è assolutamente nella media, per cui i 17 punti di Archie pesano molto. Non è che ne fai 104 di media, ne fai che ne so… 77. E quei 17 lì sono molto importanti.”

 

Premo stop al registratore vocale, la nostra intervista è terminata.

Archie oggi viaggia ad una media di 16.9 punti (7° della Lega), 7.1 rimbalzi (10°) e tira con il 58% da due ed il 39% da tre.

Se il prossimo anno Dominique dovesse fare il salto di qualità giocando a livelli più alti della Legadue, il merito è anche di chi lo ha pescato da un campionato poco conosciuto (quello rumeno) e lo ha portato quì in Italia, a Capo d’Orlando. Dove gli americani fanno sempre bene.

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